Allevi vs. Bollani: lo scontro finale

Non posso più tirarmi indietro. E’ venuto anche per me il momento di esprimere una preferenza per uno dei due pianisti. Mi scoprirò bollaniano o alleviano? Ora ho anche del materiale fresco su cui riflettere, gradito regalo di compleanno. Un disco di Allevi, uno di Bollani. Un libro di Stefano, uno di Giovanni. Di pianismo non ne capisco molto. Di letteratura non ne capisco niente. Pronti, via.

Stefano Bollani, Piano solo, ECM Records, 2006.
Certi pezzi fanno una fine ingloriosa e immeritata. Maple leaf rag di Scott Joplin, ad esempio, non fu solo una composizione di grande successo, ma anche la massima espressione di un genere musicale assolutamente innovativo per l’epoca in cui fu composta e pubblicata. Oggi il ragtime, e quindi anche Maple leaf rag, sono rimasti nell’immaginario collettivo come la musica per eccellenza del pianista da saloon. Fumo dappertutto, gente che gioca a poker, qualcuno sgarra e i toni subito si alzano, qualcun altro tira fuori la colt, pallottole che volano. In un cantuccio, un pianista continua a suonare una musichetta allegra e sincopata, sul suo strumento c’è un cartello che dice: “Non sparate al musicista”. Probabilmente sta suonando Maple leaf rag, o qualcosa di simile. Comunque sempre meglio della fine toccata a un altro pezzo di Joplin, The entertainer, passato per il cinema (La stangata) e infine confluito nei cori da stadio (”E’ arrivato Weah, è arrivato Weah, e Baresi è di nuovo papà”). Ma torniamo a Maple leaf rag. I pianisti ragtime avevano una concezione orchestrale del proprio strumento: siccome col pianoforte, più che con ogni altro strumento, ci puoi fare praticamente di tutto (puoi suonare una melodia, puoi accompagnarla con gli accordi, puoi tenere il tempo con figurazioni marcatamente ritmiche) si sentivano in obbligo di fare tutto questo insieme, secondo una visione autosufficiente del pianoforte che più avanti verrà codificata (e per certi versi semplificata) nell’improvvisazione dello stride piano, in cui la mano sinistra ripete ossessivamente lo schema basso/accordo (ritmo/armonia) e la destra articola melodie ed armonie sincopate. Tutto questo per dire due cose, che vado subito a sintetizzare: 1) in Maple leaf rag c’è già tutto ciò che si può ragionevolmente far entrare in un pezzo per piano; 2) Maple leaf rag è morta. Tenendo conto del punto 2, ne segue che se la si vuole riproporre è per prima cosa necessario passare per il reparto rianimazione. Non c’è problema, siam qui per questo. Il jazz l’hanno inventato apposta. Il jazz, che come dice Bollani ormai non è più un genere ma un linguaggio (e secondo me sbaglia due volte: la prima quando lo definisce linguaggio, mentre in senso più ampio ma più corretto lo potremmo definire una tecnica di elaborazione musicale - a meno che non intendiamo la stessa cosa, salvo poi chiamarla con nomi diversi; la seconda quando sembra sostenere che il passaggio da genere a linguaggio, qualunque cosa intenda lui per linguaggio, sia un fenomeno dei nostri anni, mentre ha forse più di mezzo secolo), dicevo, il jazz serve a questo: a collezionare materiale sonoro, a destrutturarlo e a ricodificarlo secondo la poetica dell’esecutore. Come si compie questa serie di operazioni su Maple leaf rag? Aggiungere, abbellire, modificare, articolare ulteriormente è impossibile: in Maple leaf rag c’è già tutto (punto 1). Bollani, che è furbo e lo sa, fa l’esatto contrario: lavora per sottrazione. Il pezzo c’è, nel suo complesso. Però la melodia si nasconde e riemerge, perde frammenti per strada senza perdere il senso, la mano sinistra è molto più libera nelle costruzioni. Il risultato è che si ascolta un pezzo totalmente diverso da Maple leaf rag, che però è sempre Maple leaf rag (nel caso, c’è la scritta sul retro della copertina a testimoniarlo): ce l’abbiamo fatta, il paziente è rianimato, ritmo sinusale, alzati e cammina. Tutto il disco è estremamente godibile e pieno di invenzioni, ma nella versione di Maple leaf rag si coglie la musica che piace a me, fatta come piace a me.

Giovanni Allevi, Live, Sony BMG, 2007.
Plin plon. (Più veloce.) Plin plon. (Più new age.) Plin plon. (Più Baglioni.) Plin plon. (Mo’ vi faccio vedere che sono uno che ha studiato.) Plinplonplinplonplinplon.

La competizione musicale è vinta da Stefano Bollani, non c’è storia.

Stefano Bollani, La sindrome di Brontolo, Baldini Castoldi Dalai editore, 2008.
Ci sono due cose da dire sul libro di Bollani: la prima è che non racconta niente (l’ha detto lui stesso, quindi posso sentirmi autorizzato a ripeterlo anch’io); la seconda è che è scritto per benino, con tutte le sue cosine a postino, con un certo gusto per il fiabesco, con trovate ad effetto speciale (tanto gli effetti speciali nei libri costano poco: ad esempio puoi far esplodere la Casa Bianca senza pagare le comparse né i maghi della computer grafica), con uno stile che se invece che sul mio blog fossimo a una serata di presentazione ufficiale definirei “accattivante”, e che però a tratti si piace un po’ troppo, si guarda un po’ troppo allo specchio. In alcune pagine, più che la sindrome di Brontolo sembra la sindrome di Baricco. Si sorride di più con Bollani che con Baricco, però.

(Citazione.)
“Ma che sta’ a scherza’? E certo che una volta si stava meglio. Pensi solo a ottant’anni fa…”
“Si stava meglio ottant’anni fa?!?”
“Eh sì.”
“Ma lei mica c’era ottant’anni fa”, abbozza Sbatocci tentando di spostare il dialogo su un piano di simpatia e buonumore.
“E lei neppure. Appunto. Stavamo meglio, no?”

Giovanni Allevi, La musica in testa, Rizzoli, 2008.
Una volta mi sono seduto sotto un olmo bagnato dalla pioggia. Le foglie lasciavano scorrere le gocce senza assorbirle, e questo mi ha dato l’ispirazione per comporre un pezzo. Plin plon. E comunque il successo non mi ha cambiato.

(Citazione.)
“Ma il segreto è non pensare.”

La competizione letteraria è vinta da Bollani (ma con minor distacco rispetto al risultato della competizione musicale).