Potevo esimermi?
Anche se in ritardo, vualà, i miei due modesti centesimi sugli elenchi pubblicati dall’agenzia delle entrate. Perchè a me pare che all’interno dell’anomalia spazio-temporale nella quale è condannato a dibattersi questo Paese, anche un provvedimento discutibile nei motivi ispiratori e di dubbia efficacia in relazione alle sue finalità pratiche finisca per avere una sua utilità, se non altro come cartina di tornasole dell’anomalia di cui sopra. Siamo l’unico angolo del mondo (questa è retorica, scommetto che altrove non è molto diverso da qui; tuttavia la retorica mi piace, perciò) siamo l’unico angolo del mondo in cui un provvedimento criticabile viene in effetti criticato da angolazioni diverse, e con diverse argomentazioni, nessuna delle quali però riesce ad essere non dico risolutiva, ma almeno convincente. Parlo di quelle che ho letto e sentito.
Le rapine in villa! Stanno preparando il menù alla carta per i delinquenti! Moriremo tutti! Ora, che un’obiezione di questo genere venga, ad esempio, da uno come Grillo, che in buona o cattiva fede riesce a tirare in ballo l’armageddon anche quando parla dell’aumento del prezzo dei pinoli (e d’altronde che mondo sarebbe senza pesto alla genovese?), dovrebbe già essere sufficiente a mettere tutti in guardia. Il resto del lavoro dovrebbero farlo il buon senso comune, la lettura delle pagine di cronaca, un pizzico di memoria. Pensare alla banda di rumeni che fa scorrere un pdf prima di decidere chi sequestrare è da mal di pancia a furia di risate. Anche perchè qui, all’interno dell’anomalia, finirebbero per prendere delle cantonate colossali. “Allora è deciso, Alexandru: entriamo nella villa del dentista con la Porsche. Domenica partono per i Caraibi, rimane in casa solo la colf.” “Ma sei scemo? Guarda qui, nel 2006 ha dichiarato 25.000 Euro, è un povero cristo. Cosa credi di trovare? Ci fosse la figlia, almeno ci si divertiva un po’. Ma così non vale la pena.” E questi sono i rumeni scalcinati. Se invece pensiamo a forme di criminalità meglio organizzata, state certi: hanno ancora meno bisogno dell’agenzia delle entrate per conoscere patrimoni e redditi. Pensare ad un salto di qualità solo per via della pubblicazione delle denunce dei redditi è da isterici (oppure è una strumentalizzazione in malafede).
Ci trasformeremo in un Paese di delatori, tutti a guardarci in cagnesco; nessuno sarà più al sicuro da nessuno, peggio della DDR, peggio della Stasi. Magari! Se fosse così, almeno un risultato pratico apprezzabile lo avremmo ottenuto, tenendo conto che non si tratterebbe tanto di avallare la repressione politica (giuro, il riferimento alla Stasi l’ho sentito con le mie orecchie), quanto di obbligare i ladri a restituire la refurtiva. D’altronde nessuno ha nulla da obiettare se un uomo denuncia l’altrui reato. Solo i mafiosi se la legano al dito, no? Non vedo grossi ostacoli allo stesso ragionamento quando si tratta di un illecito di tipo diverso. Soltanto che un tal genere di reazione, quaggiù nell’anomalia (quando parlo di anomalia siamo sempre dalle parti della retorica, ma ormai ho deciso che ce la teniamo), tra le strizzate d’occhio e l’ammirazione timorosa nei confronti dei più furbi, ce lo possiamo scordare. Al contrario, se un poco conosco i miei polli, la pubblicazione è in grado di mettere in moto un meccanismo emulativo opposto: “Hai capito il dentista con la Porsche, quello con la figlia che se la tira? Ecco come faceva a mantenere la colf. E pensare che facendo altrettanto avrei potuto farmi la filippina pure io. Anzi, quasi quasi.” Rischiamo di perderci per strada anche gli onesti, e la critica al provvedimento sta tutta qui: nel fatto che è quantomeno dubbio che l’aritmetica di costi e ricavi dia un risultato positivo. In mezzo all’isteria collettiva e alla malafede non l’ha fatto notare quasi nessuno.
I miei preferiti, manco a dirlo, sono i legalisti. Quelli che citano la legge e la chiudono lì, tanto lo dice la legge. Quelli che invocano il totem dei dati sensibili: ma siamo matti, diffondono dati sensibili, non si può. I dati sensibili, insieme ai giudiziari, sono quelli per il cui trattamento la legge prevede un sistema aggravato (anche se in realtà sono previste un sacco di deroghe). Bene, sappiatelo: fino a mercoledì le informazioni sul reddito o sul patrimonio non erano considerate dati sensibili. Sensibili sono solo quei dati dai quali si possono ricavare notizie sulle appartenenze o sugli orientamenti politici, religiosi, più in generale di pensiero, oppure sui gusti sessuali, o infine sullo stato di salute. E lo so anch’io che i poveracci si ammalano di più. Però insomma, mica salis. Dev’essere che in quelle poche ore il Garante ha improvvisamente cambiato idea sulla nozione di dato sensibile; oppure è stato frainteso dalla stampa, che parlava di dati sensibili riportando affermazioni dell’autorithy. Ma funziona anche sull’altro versante, quello di chi è favorevole alla diffusione. Ad un certo punto della giornata di mercoledì si è diffusa la notizia degli elenchi comunali: le dichiarazioni dei redditi sono depositate negli uffici del comune, sono pubbliche, lo dice la legge, perciò si può e statti zitto. E subito dopo, la fucilata di obiezioni: no, ma scherzi, c’è una bella differenza tra un elenco che devi alzare il culo per andarlo a consultare e un elenco che trovi in rete; e poi devi esporti, altro che scaricartelo anonimamente da casa tua; e poi sono solo i dati del tuo comune, non quelli di tutt’Italia. In realtà, la ragione molto più banale per cui fare un parallelo è impossibile, è che questi benedetti elenchi depositati presso gli uffici comunali non esistono, perlomeno non nei termini in cui ne è stata ventilata l’esistenza. La legge prevede soltanto il deposito di elenchi nominativi dei contribuenti. E l’imponibile dichiarato viene pubblicato insieme al nominativo solo nel caso in cui a seguito di accertamenti risulti un imponibile diverso da quanto, appunto, è stato dichiarato. Se non credete a me, controllate direttamente la legge: art. 69 d.p.R. 600/1973. Perciò, che i dati in questione fossero da sempre liberamente consultabili è una solenne panzana. In effetti, se guardiamo al quadro normativo, la pubblicazione è quantomeno problematica. Ma senza il bisogno di chiamare in causa concetti ormai rivestiti dal dogma dell’assolutezza, come quello dei dati sensibili. Anche quando si tirano in ballo le leggi, siamo di fronte a una reazione sproporzionata e isterica.
Sul fatto che lealtà fiscale e trasparenza siano due obblighi diversi, credo si possa essere tutti d’accordo. E’ vero che il secondo serve a realizzare il primo; ma è anche vero che ciascuno ha, come minimo, destinatari immediati distinti: l’interà collettività il primo, l’autorità amministrativa il secondo. Sovrapporre i due campi non provoca devastazioni: è, più semplicemente, pressocchè inutile. Il che non è una critica da poco, quando si parla di fisco. Ma oltre questa premessa, imposta dal rispetto che si deve a monsieur de La Palice, mi pare che sul tavolo rimanga ben poco: da un lato un provvedimento senza grossa utilità pratica, o addirittura con più controindicazioni che vantaggi, e che per la tempistica utilizzata finisce per assumere la veste odiosa del colpo di coda dei perdenti; dall’altro un popolo talmente disabituato a qualunque forma di trasparenza da perdere la testa alla sua semplice, per quanto maldestra, prospettazione, fino al punto di tralasciarne i piccoli difetti concreti a favore di un’apocalisse immaginaria (e però, intanto, il sito dell’agenzia l’avete fatto cascare in terra per i troppi accessi, prima ancora che intervenisse il Garante).
(Sulla festa di ieri invece, mi permetto di linkare il mio post dell’anno scorso. Credo che sia valido anche oggi, forse ancora più valido di dodici mesi fa.)
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