Ci sono volute queste elezioni per capirlo definitivamente: la demonizzazione di Berlusconi non ha mai funzionato, non ha mai pagato. Se non altro perchè non è mai esistita. E’ un’altra balla che ci hanno raccontato lui e i suoi: “Scusate, credo che la concentrazione dei media in mano ad un leader politico potrebbe essere un prob…” “La sinistra non sa fare altro che prendersela con Berlusconi! Demonizza il capo del governo / dell’opposizione!”. Dagli e dagli, si è finito per credere che la demonizzazione di Berlusconi fosse un fatto vero, tangibile. Intendiamoci: al bar, al circolone degli alpini (oppure sui blog) non è difficile incontrare l’elettore di sinistra che dice peste e corna di Berlusconi; o di Cobolli Gigli e di Guidone Rossi, se è per questo. Ma l’inquilino del bar, quello del blog, hanno questo difetto: che non contano niente. Ad esempio, non sono in grado di spostare voti: talvolta nemmeno il proprio, figuriamoci quelli altrui. Se invece consideriamo gli uomini che contano (non i giornalisti, non gli opinionisti, non i comici, che vivono di luce riflessa e talvolta solo per una stagione; dico proprio loro, i politici), allora di demonizzatori non ne ho mai visti, almeno in mezzo alla sinistra. C’è quello che fa pappa e ciccia con Berlusconi per la Bicamerale, salvo poi prenderlo nel didietro e tuttavia non imparare la lezione; c’è quello che in Parlamento lo rassicura, dice che le sue televisioni non saranno toccate; ci sono quelli che tacciono e sotto sotto solidarizzano con lui per le rogne giudiziarie; e più in generale esiste una generazione di politici di sinistra (di tutta la sinistra) che ha accettato Berlusconi per quello che sappiamo essere e per ciò che rappresenta. Possono avere ragione o torto; oppure possono avere torto e tuttavia essere spinti da considerazioni che realisticamente consigliano di relegare certi temi sullo sfondo, in attesa di tempi migliori. Ma non è questo il punto. Il punto è: alla faccia della demonizzazione. L’ultimo esempio della serie ce l’ha fornito proprio Walter-il-salvatore-della-sinistra, non più di una settimana fa. C’è questo tizio che si è tenuto un mafioso in casa, che ha per braccio destro un condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, che alla vigilia delle elezioni eleva a modello di eroe lo stesso mafioso di prima. “Berlusconi è un mafioso”. Vai Walt, attacca, è il tuo momento. “Berlusconi è l’erede di Provenzano”. Non sarà del tutto vero, ma non può essere nemmeno così falso. Ammesso che la verità-falsità delle affermazioni abbia ancora qualche rilevanza. Avanti Walt, a parti invertite lui non si lascerebbe scappare l’occasione; anzi aggiungerebbe: “Ne ho le prove, le rivelerò dopo le elezioni”. Okay, non vuoi infierire? “Berlusconi è espressione della cultura mafiosa di questo Paese”. Così è perfetta. Invece Walter, il vero Walter, non lo Walt dei miei sogni, è questo: “Sulla mafia Berlusconi mantiene una posizione ambigua”. Oooh… ambiguaaa… Tenero, mi viene voglia di fargli una carezzina sulla pelata. Non so, cos’altro deve fare per uscire da questa sua ambiguità? Sciogliere qualcuno nell’acido in diretta da Vespa? Poi forse possiamo cominciare a porci il problema più seriamente? Non tutti ricordano che il padre, concettuale e linguistico, del buonismo, è proprio Veltroni, all’epoca in cui era direttore dell’Unità e metteva le videocassette di Fantozzi in allegato al quotidiano (ce le ho ancora). Il buonismo ha accompagnato la sinistra per quindici anni, insieme un imperativo morale e un manuale di buone maniere. E Veltroni ha infine raccolto tutta questa riserva di buonismo, di fare, di contenuti, di speranze per i giovani vendute ad un paese di vecchi, e infatti ha stravinto le elezioni. Alla Camera, senza Di Pietro, prende quattro voti in più di quelli presi nel 2006 dall’Unione. La SA nel frattempo è crollata. E’ troppo semplicistico pensare che quei quattro voti aggiuntivi siano arrivati per lo più da ex comunisti o verdi terrorizzati dal ritorno dell’anticristo e sedotti dalla teoria del voto utile? E quindi dedurne che a parte un rimpasto interno il PD non abbia prodotto niente? Vedremo cosa dirà il futuro, ma per il momento non ho molti dubbi. In ogni caso, il discorso di fondo resta: potremmo stare a parlare per ore della demonizzazione di Berlusconi, se sia utile alla causa oppure no, se renda in termini di voti. Potremmo farlo, se mai fosse esistita come fatto concreto e rilevante, come precisa strategia politico-operativa. Ma, per l’appunto, in tali termini non è esistita mai. L’unico che sembra aver spinto sull’equazione tra Berlusconi e pericolo è stato Di Pietro, che nel suo piccolo ha quasi raddoppiato i voti. Più chiaro di così.
Dall’altra parte abbiamo il campione della disciplina, uno che se gli chiedi di demonizzare effettivamente l’avversario non si tira certo indietro, dal famoso “miseria, terrore e morte” in giù; e quando le occasioni mancano c’è qualcuno che gliele crea (il cimicione farlocco, Telekom Serbia, eccetera). Il risultato è che vince sempre, o almeno pareggia. In realtà l’unica volta che ha davvero perso è stata nel ‘96, e solo perchè non ha saputo gestire le alleanze. Cioè, ha fatto tutto lui.
Non so davvero cosa manchi per trarne le conclusioni, conclusioni che personalmente da anni sintetizzo così: berlusconismo nelle forme, sinistra nei contenuti. Dopo di che le alleanze, il correre da soli, il maggioritario, il proporzionale, le soglie di sbarramento, le preferenze, tutto il resto: quanto sono secondari, quanto sono residuali. Certo, poi sono il primo a dire che il berlusconismo viene un po’ difficile se non hai i suoi stessi mezzi. Ma almeno provarci, una volta soltanto.