Noi abbiamo il sole, noi abbiamo il mare

E voi soltanto la nebbia. Cantava così un ragazzo napoletano incrociato durante un’estate da adolescente, parafrasando una canzone di Baccini e dei Ladri di biciclette di un paio d’anni prima. Evidentemente il fesso non conosceva la poesia e l’utilità della nebbia padana.

La nebbia svolge anzitutto un’importante funzione di perequazione sociale. Insomma, più o meno. Chiamarlo maquillage redistributivo è forse più appropriato: quando attraversi una città in mezzo alla nebbia fitta, le differenze tra il centro storico e la periferia, tra le abitazioni dei benestanti e le case popolari, si notano di meno, risultano smussate. Altro che la neve. Anche i derelitti trans che stazionano nel controviale sembrano solo signorine un po’ più alte della media. Inoltre con la nebbia si è costretti a rallentare l’andatura dell’automobile, non si può andare di fretta. La nebbia riconcilia con il ritmo naturale del proprio corpo. Quando ci muoviamo attraverso la nebbia possiamo riprenderci il lusso di sentire il viaggio, e percepire il paesaggio che cambia intorno a noi. Okay, il paesaggio non lo si vede per niente: c’è la nebbia. Accontentatevi del discorso dei bioritmi, razza di precisini insopportabili che non siete altro. La nebbia ha cominciato a piacermi il primo giorno di università. Allora le lezioni cominciavano a metà ottobre. La metropolitana di Milano mi sputò fuori in piazza Duomo che c’era un nebbione da tagliare col coltello. Oltre si intuiva, indistinta, la sagoma della chiesa (la nebbia, il Duomo: manca il panettone e siamo a posto), e per qualche ragione lo presi come un avvertimento, il segno che da quel momento sarebbe toccato a me farmi strada nelle foschie della vita, fino ad arrivare alla percezione nitida di chi sono e di quale sia il mio posto nel mondo. Romantico, eh? Quella mattina qualcuno mi ciulò il portafogli, nella strada dalla metropolitana all’università. Forse il mio posto è alla mensa della Caritas.

A dire la verità, di nebbia se ne vede sempre meno. Sarà il buco nel cielo, saranno i gas serra, sarà il caso. Fatto sta che dalle mie parti, dove di nebbia ne abbiamo sempre prodotta così tanta che l’eccedenza la regalavamo alle popolazioni meno fortunate di noi, negli ultimi anni i giorni di foschia sono diminuiti progressivamente. Quest’anno, ad esempio, ancora non è scesa nemmeno una volta. Se l’avvistate fatemelo sapere, che passo di lì.