Scollinamento

Dev’essere stato Douglas Adams, non a caso indiscusso guru dei nerd e degli sfigati (esclusa erba, erba è in gamba, slap) a dire che fino ai trent’anni di età ogni novità tecnologica è guardata con interesse ed assorbita senza difficoltà; e che passati i trenta, le innovazioni sono invece viste con sospetto e non sono capite, per lo più perchè non le si vuole capire. Pare che con me abbia funzionato proprio così: la mia capacità di comprensione degli strumenti di social networking (a proposito, si dice così?) si ferma al blog, ed in particolare esclude tutto quello che è venuto alla ribalta nell’ultimo anno e mezzo; cioè, guardacaso, da quando ho compiuto trent’anni. Tipo i tumbleblog, che già il nome. Mi dicono quelli bravi che un tumbleblog è come un blog, solo più semplice e più adatto ad aggiornamenti brevi e ripetuti nel corso della giornata. Una versione light del blog. Cioè, alla fine è un blog e basta. Nessuno vieta di usare un blog tradizionale nello stesso modo in cui si usa un tumbleblog: grafica essenziale, frequenti contributi di poche righe, spesso semplici citazioni o link. D’altronde c’è gente che l’ha sempre fatto. Quindi quale sarebbe l’utilità specifica di averne uno, a parte lo spasso di aprirsi un account su Tumblr per poi sfidare gli amici a pronunciarne il nome? Tumbrlblrbrr. Farsi un tumbleblog è come dire che uno ti regala un’automobile, scegli tu: vuoi il macchinone o l’utilitaria? Mah, facciamo l’utilitaria, tanto ultimamente non corro mai oltre i 50. Ma dài! E’ da psicopatici! Oppure Twitter. Cos’è Twitter? O Jaiku, che sempre quelli bravi mi dicono essere come Twitter, ma più fico. Sono delle chat? Dei messenger? Sono dei forum? E allora non bastavano le chat e i forum tradizionali? Sono delle chat che però metti il cosino sul blog e fai vedere a tutti che stai chattando e puoi raccontare in-tempo-reale che hai mangiato un muffin (femmina 2.0) o che hai fatto la pipì (maschio 2.0)? Ma per quello è ancora una volta sufficiente aggiornare un comunissimo blog. Andate a morire ammazzati.