Una quindicina d’anni fa c’era questo maestro elementare napoletano che aveva raccolto i temi sgrammaticati dei suoi alunni e ne aveva tratto un libro (Io speriamo che me la cavo; dài, che l’avete letto). I temi, assicurava il maestro, erano genuini come una mozzarella di bufala campana, e tutti ridevamo dell’ingenuità e del genio inconsapevole di quegli scugnizzi dall’ignoranza stupefacente. Finchè qualche genitore non cominciò a pensarci su: il tema è di mio figlio, in fondo l’autore è lui; caro maestro, caccia i soldi. Anche perchè non si trattava di bruscolini: il libro aveva venduto vagonate di copie, e ci avevano pure fatto un film. Marcello D’Orta, il maestro, cambiò versione. Col cavolo che i temi erano genuini: avevano invece subito un pesante rimaneggiamento, senza il quale non sarebbero stati fruibili, o roba del genere. Francamente non so se e come la vicenda abbia avuto un seguito giudiziario. So però che D’Orta è il vero fondatore del web 2.0, quella cosa bellissima per cui (tra l’altro) la conoscenza proviene dal mare indistinto degli utenti, l’informazione si forma dal basso. Poi ogni tanto arriva qualcuno dall’alto, raccoglie e monetizza.
Prendete la blogosfera. Per dire, quella italiana. Uno sfaccendato qualsiasi (in futuro potresti essere anche tu, che stai leggendo questo post! è il bello del web 2.0!) ad un certo punto ha un’idea divertente (divertente davvero) per farsi scrivere il blog dai suoi commentatori senza doversi sbattere più di tanto: mandatemi le note disciplinari che avete preso a scuola, e io le pubblico. Il resto è storia. Il blog cresce, i contatti giornalieri aumentano, spuntano gli ads. Qualcuno, nell’editoria su carta (buuu! vecchia! geriatrica!) prende nota, pubblica, e paga. Scopa. C’è gente che è andata a scuola col machete nello zaino, pur di vedersi pubblicata sul blog di John Beer. Ma fin qui ci troviamo ancora all’interno di una zona incerta, di un meccanismo in qualche modo imperfetto, più vicino al romanzo di D’Orta che al vero web 2.0. Diciamo 1 e ½.0. Nel senso che l’atto creativo non sta nella nota disciplinare scritta dal professore, o nello studente che se ne bulla in pubblico attraverso la rete. Sta nel concepire tutto questo come un sistema, e nel vederlo e riproporlo nella sua componente involontariamente comica. John Beer è l’ingegnere, e i suoi commentatori sono gli operai sottopagati; anzi, non pagati per niente. Il vero capolavoro 2.0 si ha solo con il libro dei Fincipit (l’hanno linkato tutti, lo linko anch’io; così, se prima non lo conoscevate, adesso sì e lo andrete a comprare). Anche qui lo schema è più o meno lo stesso: qualcuno ha un’idea (godibile pure questa, purchè non la si tiri troppo per le lunghe; trovate tutto con il link che vi ho dato) e chiede ai lettori del suo blog di svilupparla. I lettori applicano e replicano lo stesso schema iniziale, di fatto creando, come veri e propri microautori consapevoli, frammenti di quello che sarà il testo finale. In pochi passaggi, da gennaio ad oggi (uff, che fatica il copia e incolla!) si arriva alla carta stampata e all’insperato assegno 1.0, che naturalmente va soltanto al primo anello della catena. Hey, a pensarci è un po’ come vendere i prodotti Herbalife. Come un multilevel marketing, solo che i livelli sono soltanto due. Attenzione però: gli autori, almeno quelli che compaiono in copertina, ci tengono a sottolineare che solo alcuni dei fincipit provengono dai lettori. Altri sono inediti (come dire, li abbiamo concepiti noi). Dico, non è un delizioso mettere le mani avanti? Non ricorda le giustificazioni che all’epoca diede Marcello D’Orta? E’ come un cerchio che si chiude.
Gli autori 2.0 hanno una serie di vantaggi rispetto al maestro napoletano. Anzitutto i contributi sono frammentati tra un numero così elevato di persone che ogni rivendicazione, presa singolarmente, avrebbe un valore irrilevante. Il che, di fatto, esclude che una rivendicazione possa essere avanzata, perchè ne sopprime l’interesse economico concreto. E poi ci sono i blogger. Dài, i blogger. Quelli vanno in sollucchero solo al pensiero di finire sulle pagine di un libro, comunque avvenga. E’ già tutta qui la loro ricompensa. Come potrebbero volere di più? E sia chiaro che sto rosicando. Magari l’avessi avuto io, lo spunto iniziale. Vi avrei schiavizzati tutti, altro che “facciamo un gioco insieme”.